Ieri, guidati da Emiliano Conficoni, ci siamo recati vicino a Rio Salso, ai Riacci. 🥾
Lì insieme a ANPI Alto Savio e il sindaco Baccini abbiamo reso omaggio al partigiano Tito Corzani, noto come Tinin, nel 80° anniversario della sua morte. 🌳
Corzani era comandante di brigata e ricevette la medaglia d’argento al valor militare. È fondamentale proteggere la memoria e tramandare l’importanza del ricordo di questi coraggiosi combattenti per la libertà. 🎖️
Dopo una breve escursione, abbiamo pranzato a Trappisa, e ringraziamo la nostra cuoca Lucia per il suo prezioso contributo. È stata davvero una giornata splendida, conclusa con un aperitivo al Chioschetto di Poggio a goderci l’ultimo sole. ☀️
Il testo della commemorazione
Dopo la pausa dello scorso anno, forzata dal maltempo, da più di vent’anni ci ritroviamo qui a rendere omaggio alla memoria del partigiano Antonio Corzani
“Tinin”. Due anni fa l’Anpi Alto Savio, anche grazie all’apporto del gruppo Dos Dias di Trappisa di Sotto, fu realizzata una mostra dedicata a Tinin (testi ed immagini), esposta proprio a Trappisa di Sotto. La mostra, da ieiri e fino a domenica prossima, viene riproposta a San Piero in Bagno, in un locale al piano terreno che allora come ora apparteneva alla famiglia Corzani, gentilmente messo a disposizione dal nipote omonimo Antonio Corzani.
Riproponiamo qui l’invito a visitarla nei prossimi giorni. Le varie tappe della vita di Tinin sono ripercorse nella mostra, almeno per quanta documentazione è stato possibile, ad oggi, reperire. Anche per questo, mi limiterò in questo intervento, che faccio in rappresentanza dell’Anpi Alto-Savio, a qualche riflessione sulle scelte di vita di Tinin, con ovvio particolare riferimento a quelle che lo portarono a diventare partigiano, coraggioso e valoroso, fino al sacrificio estremo della propria giovane vita. Dunque Tinin entrò in banda il 12 dicembre 1943, tre mesi dopo l’8 settembre, la fuga del re al Sud, lo sfaldamento dell’esercito che ne conseguì nei giorni immediatamente successivi. In quei frangenti, Tinin, acquartierato come aviere (fante dell’aviazione) a Forlì, raggiunse facilmente il proprio paese, San Piero appunto, e la propria famiglia dove tornò a lavorare da calzolaio insieme al padre Serafino. Riprendendo così una routine che avrebbe potuto protrarsi con ben pochi rischi fino alla fine della guerra. E rammento che in quel periodo, essendoci già state le vittorie delle forze antinaziste e antifasciste a Stalingrado ed a Kursk sul fronte russo, ad El Alamein nell’Africa del nord, essendoci già stato
lo sbarco in Sicilia, l’esito della guerra a favore degli Alleati, che avevano cominciato a risalire la penisola, era ormai pressoché certo. In quegli stessi giorni, soprattutto al Nord Italia, si formarono le prime bande partigiane, in buona parte inizialmente composte da soldati nativi del sud Italia, impossibilitati a tornarsene a casa a piedi per l’enorme distanza da colmare ed anche per l’ostacolo conclusivo del passaggio del fronte che era attestato ancora sotto Napoli.
In questo scenario e nelle prime settimane successive all’8 settembre, pur essendosi costituita la Repubblica fantoccio di Salò, il ventiseienne Tinin sapeva che un eventuale richiamo alle armi era del tutto improbabile. Infatti, nei mesi successivi, i bandi per l’arruolamento nelle fila della Repubblica di Salò furono bandi di leva (ragazzi di 18 – 19 e vent’anni, che in gran parte si nascosero, si imboscarono o entrarono in banda). Dunque Tinin era pressoché certo di potersene stare tranquillo in famiglia.
Invece soltanto tre mesi dopo la tragedia dell’8 settembre, diventò partigiano ed entrò in banda. Per lui non era un modo per sottrarsi alla chiamata alle armi nelle file dei repubblichini, che non lo riguardava. Era la scelta, consapevole quant’altre mai, di prendere le armi contro l’invasore nazista, contro il regime fantoccio fascista, per accelerare la fine della guerra, per restituire all’Italia l’onore calpestato da Mussolini e dai fascisti che avevano portato il Paese a combattere in Spagna a fianco delle falangi fasciste, in Abissinia in una guerra coloniale segnata da vessazioni e stragi contro i civili perpetrate perfino con i gas asfissianti, ben prima di quelle naziste della seconda guerra mondiale; a stringere una sciagurata alleanza con Hitler, a emanare le vergognose leggi razziste antiebraiche; a portare l’Italia in una guerra di aggressione contro la Francia, l’Albania, la Grecia, l’Unione Sovietica, una guerra malamente preparata ed altrettanto malamente combattuta. Ma si trattava anche di riscattare l’onore dell’Italia calpestato dalla fuga del re, della sua corte, e degli alti comandi delle forze armate.
C’è, passatemi l’espressione, un valore aggiunto in una scelta come quella di Tinin, che deriva da una salda convinzione antifascista, dalla volontà di porre fine alla guerra e da una forte motivazione libertaria. Furono le scelte dei tanti Tinin che riscattarono l’onore dell’Italia e che consentirono al Paese di imboccare, nonostante il ventennio fascista, la strada che portò in pochi anni alla Repubblica, alla Costituzione democratica, alla rinascita anche economica, la strada della libertà per tutti gli italiani, anche per coloro che erano stati dalla parte sbagliata.
Non va sempre di moda, in questi tempi, richiamare il legame stretto fra antifascismo e Repubblica democratica, fra antifascismo e Costituzione. C’è chi, come la Presidente del Consiglio, non riesce a dirsi antifascista, un po’ per convenienza politco-elettorale un po’ per convinzione ideologica. Non basta dirsi a- fascista, non è sufficiente ed anzi è pericoloso fermarsi li.
In una intervista al Corriere della Sera di un anno fa, la Presidente del Consiglio sostenne una tesi singolare: il fascismo nacque in opposizione al comunismo; la sconfitta del comunismo sarebbe stata – secondo lei- la sua missione storica. Siccome il comunismo è finito sarebbe automaticamente finito anche il fascismo.
Dunque non avrebbe senso dirsi oggi antifascisti. Basterebbe dichiararsi a-fascisti. E questo lei fa.
Ma il fascismo fu molto di più e molto peggio. Fin dai suoi esordi il fascismo fu sopraffazione, violenza bruta, squadrismo. In due anni, fra il 1921 ed il 1922, con la violenza, furono distrutti le leghe dei lavoratori, le organizzazioni sindacali, i partiti di sinistra a partire dal partito socialista, i giornali antifascisti; non mancarono gli attacchi, anche violenti, alle organizzazioni cattoliche ed ai preti che si opponevano alle loro sopraffazioni.
Centinaia di sedi sindacali e di partito furono assaltate, distrutte, incendiate; migliaia furono i militanti antifascisti picchiati, umiliati con l’olio di ricino, feriti, uccisi. Fra le loro vittime, in quella fase di ascesa verso il potere, i comunisti erano solo una piccola minoranza e per metterla a tacere sarebbe bastato molto meno.
Del resto ci vollero poco più di tre anni dalla marcia su Roma perché fossero messi fuori legge tutti gli altri partiti, nessuno escluso, abolite le libere elezioni, soppressi i liberi sindacati e le leghe dei lavoratori della terra, sostituiti i sindaci eletti con i podestà nominati dal governo, praticamente spazzato vie persino quel tanto che restava delle istituzioni liberali, istituito il Tribunale speciale per schiacciare qualsiasi pur timido segnale di opposizione mandando gli oppositori al confino o in galera.
Questo fu il fascismo.
L’attuale Presidente del Consiglio tutto questo lo sa bene così come sa che questa sua singolare posizione sul rapporto fra fascismo e comunismo, è solo una via di fuga per cercare di sottrarsi al dovere di fare i conti, una volta per tutte, con il fascismo e con la sua eredità.
Questo è un dovere per tutti gli italiani, anche per quelli delle nuove generazioni, lei compresa. E’ un dovere anche perché fu l’Italia ad inaugurare in Europa e nel mondo il totalitarismo fascista. Il fascismo – purtroppo- è made in Italy. Ma è soprattutto un dovere per quelli che come lei discendono da quella storia e che, a tutt’oggi, non possono e non vogliono farli quei conti; prova ne sia che mantengono nel proprio simbolo ed elettorale quella fiamma, che riproduce simbolicamente la fiamma che arde sulla tomba di Mussolini.
Viceversa l’attuale governo e la sua Presidente si industriano per tentare di imprimere una torsione autoritaria alla nostra Costituzione attraverso il cosiddetto premieratoforte, un obbrobrio costituzionale che, non per nulla non esiste in nessun Paese al mondo. Nella storia di questo nostro Paese ce n’è già stato uno di uomini soli al comando; ci portò nel baratro scrivendo la pagina più buia della nostra storia.
La lezione l’abbiamo capita: è costata lacrime e sangue.
La lezione ce la diedero gli italiani, i patrioti come Tinin che scelsero di mettere in gioco la loro giovane vita e talora la sacrificarono per la liberare se stessi ed il Paeseintero dal giogo nazifascista ed aprire la strada verso la democrazia. E’ nostro dovere fare si che la Repubblica democratica possa continuare a nutrirsidell’antifascismo e della Costituzione antifascista, perché lì stanno le sue radici, e da essi deve continuare a trarre alimento, perché antifascismo e Costituzione sono i nutrienti sani che mantengono in salute la Repubblica democratica.
Riacci, Rio Salso 12 maggio 2024












