La storia del Comandante
Partigiano Tinin

(TIno Corzani)

Tino Corzani, comandante e partigiano dell‘8° Brigata Garibaldi, assassinato all’età di 27 anni dai fascisti ai Riacci, non lontano da Trappisa, il 15 maggio 1944

Con il trascorrere degli anni, diventa sempre più esplicito che cosa il fascismo ha in serbo per i giovani italiani: alle donne quello di angeli del focolare, mogli e madri di tanti figli (figli per la patria, si noti), meglio se maschi; a questi ultimi il culto dei miti della forza, del coraggio fino alla prepotenza ed alla violenza, perfino quello della morte, ingredienti necessari a rendere forte la nazione fascista.

E quindi frequenta in ambito scolastico adunate, saggi ginnici, pre-militare. E’ il percorso che il fascismo ha programmato per costruire “l’uomo nuovo” che dovrà incarnare il prototipo del fascista: una tipologia di uomo finalmente liberato dai lati considerati peggiori del carattere nazionale e capace di esaltare le migliori virtù dell’homo italicus che aveva reso grande e dominatrice del mondo allora conosciuto l’antica Roma.

Terminato il periodo scolastico, viene avviato dalla famiglia ad apprendere dal padre il mestiere di calzolaio.

Fin dalla prima adolescenza Tinin manifesta un carattere aperto, gioioso, sfrontato che, unitamente ad un’innata simpatia, lo rende conosciuto e popolare in tutto il paese, specialmente fra i ragazzi ed ancor più fra le ragazze della sua generazione. Facile immaginare che ad un giovane così riuscissero un po’ stretti i panni del figlio della lupa prima, del balilla poi ed infine dell’avanguardista.

Segue il lungo periodo da militare come aviere, soldato nell’aviazione.

A seguito dell’entrata in guerra dell’Italia (10 giugno 1940), viene richiamato sotto le armi e presta servizio presso l’aeroporto di Forlì.

Pochi giorni dopo si scatena, a partire dall’appennino pesarese, “il grande rastrellamento d’aprile” , che investirà appieno l’appennino romagnolo a partire dal 12 aprile e si protrarrà almeno fino a metà maggio.

L’urto militare nazifascista si dispiega a largo raggio e risulta potentissimo, certamente il più forte di tutto il periodo fra l’8 settembre ‘43 e la Liberazione.

I reparti partigiani, coerentemente con la tattica della guerriglia, si disperdono e si suddividono in piccoli nuclei; le Brigate, in quanto unità militari raccolte in un unico comando, cessano di esistere; i partigiani cercano rifugi, si nascondono, tentano di filtrare fra le maglie dei reparti nazifascisti per uscire dall’accerchiamento e porsi in salvo.

Talvolta vengono scoperti e ne seguono violenti scontri a fuoco come a Calanco dove caddero 6 partigiani, altrio 8 catturati furono fucilati a Ponte Messa, e ancor più a Biserno dove 12 partigiani si sacrificarono per permettere ai loro compagni di ritirarsi verso San Paolo in Alpe e poi la Foresta della Lama. Secondo un’indagine dell’Istituto per la Storia della Resistenza e Età contemporanea, i partigiani caduti durante il rastrellamento d’aprile sono 123, oltre un centinaio i catturati e inviati in campo di concentramento. Sul versante toscano dell’Appennino oggetto della violenza tedesca e fascista è la popolazione civile: la strage più grave a Stia con oltre 100 vittime.

Tino Corzani viene catturato il 10 maggio agli Ortali, località ubicata in prossimità della strada provinciale (SP95) che costeggia il torrente Borello (circa a metà del tratto compreso fra Spinello e Civorio), insieme a due compagni (il sergente maggiore dei carabinieri Fernando Convito originario di Città della Pieve, già di stanza a Galeata, passato nelle file partigiane da qualche mese, ed il partigiano Adolfo). Le modalità della cattura (i partigiani stavano riposando) fanno pensare che i militi fascisti si siano recati sul posto a colpo sicuro; di qui discende la convinzione che si siano diretti in quel luogo in seguito ad una spiata.

Nel frattempo il carabiniere e il partigiano sono già stati uccisi (alle 10 del mattino del 13 maggio), in località Isola, poco a sud di Santa Sofia, anch’essi dopo essere stati torturati e resi orrendamente sfigurati.

Le autorità fasciste dispongono perché la sepoltura di Tinin avvenga nel cimitero di Rio Salso: vogliono evitare che l’arrivo della salma nel paese natale dia luogo a gesti di solidarietà da parte della popolazione.

Nello stesso tempo, giunta al comando di San Piero in Bagno la notizia della cattura e dell’uccisione di Tinin, militari fascisti e/o tedeschi si introducono nell’abitazione della famiglia in via Garibaldi n. 24, svuotano le stanza e gettano dalla finestra i mobili per poi incendiarli nella pubblica via. È un gesto che tende ad intimidire ulteriormente l’opinione pubblica: non solo chi entra in banda, ma anche tutti coloro che simpatizzano e/o sostengono i partigiani rischiano pesanti conseguenze.

Invece, su iniziativa del cognato, Adamo Ceccarelli, la famiglia richiede ed ottiene dalla Procura di Forlì che il corpo sia portato a San Piero in Bagno e li sepolto, senza peraltro che si dia luogo ad un corteo funebre. Dai pochi documenti disponibili sembra quasi trasparire nelle autorità locali chiamate a decidere, uno sguardo interessato (per il proprio personale destino) verso un futuro, che si avverte ormai prossimo, in cui potrebbero essere chiamate a rendere conto dei propri comportamenti e delle proprie scelte.

In realtà, la salma viene portata in chiesa per una funzione religiosa (il parroco, Don Dino Crociani, sarà chiamato dal comando fascista a giustificare la propria disponibilità). È il 17 maggio, giorno di mercato.
All’uscita dalla parrocchia, oltre ai familiari, seguono la salma tanti compaesani, ovviamente beninformati, talché si forma un corteo funebre imponente che, attraversando il centro del paese, la accompagna al locale cimitero.
Una sottoscrizione in memoria di Tinin consente di raccogliere la somma di 1.288 lire da devolvere a favore della locale Casa di Riposo.

Articolo a cura di

Sereno Rossi con la collaborazione di Miro Flamigni

Raccolta fotografie storiche e didascalie a cura di Massimo Schiumarini.

Grazie per aver fornito le foto originali a: Giorgio Camagni, Maurizio Camagni, Mario Ceccarelli e Silvana Silvani.