LUOGHI, NEWS

Escursione oltre confine

Ermo Novo

All’Eremo Nuovo c’era una stalla lontana dalla casa contadina più di «un quarto di miglio», cioè circa mezzo chilometro. Da questa stalla, la notte fra il venerdì 24 ed il sabato 25 maggio 1715 sparirono due «capre grosse con di molto pelo […] tutte bianche». Il primo ad accorgersene fu il guardiano del bestiame, Giovanni di Battista Beoni.

«La sera l’avevo messe tutte nella stalla, e la mattina mi levo per andare a farle pascere», raccontò in seguito Giovanni, «e quando volsi aprire l’uscio della stalla m’avvedi essere stato toccato l’uscio per che non era serrato per bene come lo serro io, e guardai subito se le capre c’erano tutte, e veddi che me ne mancavano due».

Il capofamiglia Domenico Beoni, fratello di Giovanni, intervenne prontamente. Fece pervenire un “referto” in cui denunciava l’accaduto alla Corte di Bagno – ricevuto il 26 maggio – e, allo stesso tempo, mandò ad avvertire i padroni del podere, i frati di Camaldoli. Una vera fortuna, per i Beoni, quella di avere padroni tanto importanti ed influenti.

«I miei padroni scrissero a più persone per ritrovare le dette capre, e scrissero anco al Signore Capitano Salvetti di Bagno», spiegò Giovanni.

La rete di informatori dei Camaldolesi riuscì dove la Corte aveva fallito: le due capre si trovavano in comune di Spinello, che all’epoca faceva parte del cosiddetto “Stato di Pondo” dei principi Pamphili, sotto l’alta giurisdizione dello Stato della Chiesa.

 In ogni caso, gli uomini del Capitano non sarebbero stati in grado di fare alcunché, visto che le bestie erano finite all’estero.

«I miei padroni ordinorno a me che mandassi a vedere se veramente v’erano», disse Domenico, «et io mandai un mio fratello che si chiama Giovanni, ed un mio nipote che si chiama Giovan Battista».

La spedizione a Spinello è ricordata con vivacità da Giovanni Beoni.

«Ordinorno tanto a me ch’al mio nipote Giovan Battista che ci portassimo nel comune sudetto di Spinello e guardassimo a quei poderi per vedere se c’erano le nostre capre, et andammo a quella volta», esordì Giovanni. Poi, il fortunato incontro: «io veddi e ritrovai le mie capre che [erano] ad una pastura con dell’altre, e domandai al guardiano di chi erano le capre che lui guardava, e mi disse che erano d’un tale Signore Don Domenico Manfredi da Faeta, comune di Spinello […]. Vedendo ch’il guardiano le moveva dalla pastura per ricondurle a casa, noi ci trattenemmo un poco per andare dietro al guardiano per vedere dove le conduceva, e le condusse in una stalla. Gli dissemo che c’era fra le sue capre due delle nostre capre, et in quell’instante s’affacciò ad una finestra il suddetto Signore Manfredi […]. Lui volse gli dessimo i segnali [di riconoscimento], e dissemo che erano tutte bianche con dimolto pelo e che avevano l’orecchio destro un poco tagliato in punta. Allora ci disse che l’aveva pagate un tallero [cioè 6 lire] l’una, e che l’aveva comprate da un tal Giuliano del Caporale Pasquino dalla Casa Nuova comune del Poggio».

Il corpo del reato

In un colpo solo, avevano ritrovato le loro capre e saputo il nome del probabile colpevole del furto.

A proposito dei segni di riconoscimento – usati dai contadini fino a tempi recenti – il nipote Giovan Battista aggiunse: «le riconobbi che erano le mie dal nostro segno che per riconoscerle gli tagliamo un poco un orecchio, e poi caso che non avessero avuto segnali l’averei certo riconosciute, per che la mia robba mi basta l’animo riconoscerla».

Tornando al presunto ladro, Don Manfredi disse ai Beoni che le capre gli erano state vendute il sabato 25 maggio, esattamente il giorno dopo che queste erano scomparse dalla stalla dell’Eremo Nuovo: una coincidenza schiacciante.

Naturalmente al Manfredi era stato fatto un prezzo molto vantaggioso: 12 lire contro le 17 che valevano le due bestie.

Conclusa felicemente la missione, zio e nipote informarono subito i Camaldolesi del ritrovamento.

Questi – immaginiamo dopo aver preso accordi con Don Manfredi – ordinarono ai loro contadini di tornare a Spinello e di ricondurre senz’altro le capre a casa. Giovan Battista ripartì domenica 16 giugno, facendosi accompagnare da un certo Giovan Battista di Giovanni Sampaoli di S. Piero, meglio noto col soprannome di “il Marino”. Una mossa accorta, visto che il Sampaoli avrebbe poi potuto fare da testimone – come in effetti fece – davanti alla Corte di Bagno. In breve, Don Manfredi restituì le capre ai legittimi proprietari e ripeté tutta la storia a beneficio del Sampaoli, che così poté riferirla al giudice.

Infatti Domenico Beoni aveva informato tempestivamente la Corte di Bagno sugli ultimi sviluppi del caso – la sua comparsa è del 14 giugno, prima ancora che le bestie fossero tornate a casa – facendo istanza che si occupasse del presunto ladro, Giuliano di Pasquino dalla Casa Nuova.
La macchina della giustizia si mise in moto. Sentiti i Beoni ed il Sampaoli fra il 27 ed il 30 giugno, il Capitano rilasciò un mandato di cattura contro Giuliano il successivo 13 luglio.

Palazzo del Capitano – Bagno di Romagna

Il Caporale della Squadra di Bagno, Domenico Meoni, fu incaricato di eseguire l’ordine. Si recò a casa dell’inquisito, ma questi – probabilmente informato da qualcuno – non si fece trovare.

Il processo andò comunque avanti ed il 12 settembre giunse a sentenza. Si condannava Giuliano di Pasquino ad una pena di 100 lire ed «alla restituzione del tolto al derubato» – anche se i derubati avevano provveduto da soli – «con riserva di giorni 15 per comparire, e giustificarsi».

Una sentenza neanche troppo severa, ma comunque destinata a restare sulla carta: il messo incaricato di comunicare il provvedimento non trovò né il condannato né la sua famiglia. Come presto scoprì, s’erano tutti quanti trasferiti – guarda caso – a Spinello, «stato dell’Illustrissimo, ed Eccellentissimo Signore Principe Panfili». Il messo dovette accontentarsi di affiggere la sentenza «alla colonna della Loggia di Bagno luogo solito, e consueto, ove si affigeno tali cedole di condanne» dopo averne declamato il testo ad alta voce. Difficilmente il condannato si sarà fatto rivedere da queste parti.

Da Trappisa giungendo a piedi o in auto nella limitrofa parrocchia di Pietrapazza, è possibile, tramite un bel percorso, raggiungere L’Ermo Novo passando da una stupenda maestà panoramica e rientrare.

Dove si trova:

Si può raggiungere seguendo i sentieri CAI

Articolo a cura di

Alessio Boattini

Ricercatore all’Università di Bologna, dove si occupa principalmente di genetica e genomica di popolazioni umane, con particolare attenzione agli aspetti evoluzionistici ed alla storia del popolamento dell’Europa e del Mediterraneo.