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Una storia dell’ Abetaccia

Una casa abbandonata ormai da molto tempo lungo una vecchia mulattiera: questo è quanto resta oggi dell’Abetaccia, uno dei tanti poderi che scandivano queste parti d’Appennino. Eppure, a ben ascoltare, quelle mura cadenti ancora raccontano le storie di chi vi ha vissuto. Eccone una.

Il 27 dicembre 1725 all’Abetaccia avevano celebrato le “nozze del porcello”: avevano cioè sacrificato il maiale allevato ed ingrassato per lunghi mesi per ricavarne carne, salumi, strutto e quant’altro si potesse tirar fuori dalla carcassa del prezioso animale. Era un giorno di festa e per questo Giovan Antonio Beoni volle organizzare una piccola veglia in casa sua. Attraversando la piccola loggia col forno e spiando dalla porta d’ingresso, quella sera avremmo visto la grande cucina, appena schiarita dalla poca luce del lume ad olio e dalla fiamma del camino, apprestarsi ad una “veglia di ballo”, come usava allora.

Alla musica provvedeva Giovan Battista Batani dalla Macchia, un giovane che sapeva suonare la “cetra”, strumento a corda antenato della chitarra, allora abituale accompagnamento dei balli contadini. Marchino Boscherini dalla Siepe dell’Orso anche lui se la cavava con la cetra, e si alternava all’altro un po’ ballando, un po’ suonando.

A “ballucciolare” sulle sconnesse assi della grande cucina erano soprattutto i giovani.

Oltre ai due “sonarini” c’erano Giuliano Berti dalle Fiurle, Giovan Domenico Gentili dalla Ciardella, Santi dal Casalino – era questi un nipote del padrone di casa – e Giovan Antonio Fati, originario di Pietrapazza ma abitante a Riofreddo.

Le dame erano le tre figlie del Beoni – Giovanna, Domenica e Lucia – ed una ragazza che i presenti chiamavano “la figliuola di Giovannone” senza mai dirne il nome.

Intorno al focolare insieme al capofamiglia stavano gli adulti, godendo del tepore della fiamma e gustando le primizie del maiale appena macellato e generose sorsate di vino novello. Erano per lo più vicini di casa ed amici: Matteo dal Rignone, Giovan Antonio Bergamaschi da Sangiavolo, Giovan Battista Beoni dall’Eremo Nuovo

Parlavano dell’annata appena trascorsa e si avventuravano in previsioni per quella a venire, commentavano i “ronchi” ultimamente fatti in Appennino, per cui tanti contadini della zona erano finiti nei guai…

Ma Giovan Antonio Beoni era nervoso: incapace di stare con le mani in mano, continuava con un “mannaiolo” a lavorare delle stecche d’abete per fare delle “tedie”, ottime torce per illuminare la strada di notte. E teneva ben d’occhio quel che succedeva nella stanza. I giovani, dopo un’ora e più, s’erano stancati di ballare, e, come spesso succedeva nelle veglie, si cominciava allora a cantare.

L’iniziativa era delle ragazze: stava a loro scegliere il compagno di canto. Giovanna, figlia maggiore del Beoni, avrebbe voluto chiamare Giovan Domenico Gentili dalla Ciardella, ma era titubante.

Ben sapeva che suo padre non vedeva di buon occhio né lui né tutta la sua famiglia. Allora incaricò Santi dal Casalino affinché intercedesse per lei col padre.

Ma Giovan Antonio Beoni rispose che non ne voleva sapere, per cui Giovanna pensò bene di ricorrere ad un sotterfugio: fece invitare il Gentili dalla sorella più piccola, Lucia.

Per il Beoni questo era disobbedienza bella e buona. S’alzò in piedi, strappo la cetra al “sonarino” e l’appese ad un gancio sul muro. «Non voglio più balli né canti», disse, e “svegliò”, cioè chiuse la veglia.

Ora dalla porta vedremmo uscire gli ospiti, Giovan Domenico Gentili prima di tutti, e li sentiremmo commentare a bassa voce l’accaduto.

Due di loro, il “sonarino” Batani ed il Berti dalle Fiurle, s’erano attardati in casa.

Quelli fuori mugugnavano, e ad un certo punto Giovan Antonio Fati si fece avanti battendo col bastone sul muro e dicendo:

«Quando sveglia uno devono svegliare anche gl’altri. Fateli svegliare!» Più che sufficiente per far perdere le staffe al Beoni, che s’affacciò alla porta col “mannaiolo” in mano.

«Non hò dato licenza né a te, né agl’altri», disse, «e mi parrebbe di dover licenziare da me le genti di casa mia».

Subito si scatenò un parapiglia. «O via state fermo», gridava Marchino dalla Siepe dell’Orso, cercando di rimediare.

«Ne voglio sventrare qualcheduno», ringhiava l’altro.

Provvidenziale fu l’intervento di Santino dal Casalino, che riuscì a chiudere la porta separando così i contendenti: la festa era veramente finita.

Indugiando ancora un po’ sull’aia dell’Abetaccia avremmo visto i lumi delle torce accompagnare chi rientrava a casa per i sentieri della valle.

Facendo base a Trappisa, nella limitrofa parrocchia di Strabatenza, è possibile, tramite un bel percorso ad anello, raggiungere Pietrapazza passando dalle rovine dell’Abetaccia e rientrare.

Dove si trova:

Si può raggiungere seguendo i sentieri CAI

Articolo a cura di

Alessio Boattini

Ricercatore all’Università di Bologna, dove si occupa principalmente di genetica e genomica di popolazioni umane, con particolare attenzione agli aspetti evoluzionistici ed alla storia del popolamento dell’Europa e del Mediterraneo.